Jo-Anne McArthur racconta Hidden, reportage dal fronte dello sfruttamento animale
di Irene Alison

Tutto è cominciato in un wet market di Taipei. “Bellissimi animali marini uccisi intorno a me a migliaia. La loro sofferenza, in quell’unico mercato, in quella sola città, era per me inconcepibile”. È stato dopo quell’ennesimo incontro con il dolore degli altri che Jo-Anne McArthur ha capito che il suo nuovo progetto non poteva più aspettare. Fotoreporter, attivista, imprenditrice, donna capace di straordinaria compassione e straordinaria ribellione: da oltre vent’anni, con la macchina fotografica al collo, Jo-Anne lotta contro un sistema di sfruttamento sistematico e brutale creato dall’uomo a danno degli altri animali. Tre libri, un network - We Animals Media - fondato per portare avanti la sua missione, innumerevoli reportage sotto copertura negli angoli più bui della terra. E adesso il suo ultimo progetto, nato come un’urgenza insopprimibile in quel mercato di Taipei e poi pubblicato alla fine del 2020:   Hidden: Animals in the Anthropocene, un approccio collettivo – che coinvolge 40 fotografi pluripremiati e un team di curatori - su un tema vastissimo: il conflitto tra esseri umani e animali non umani in tutto il mondo. 

Come hai costruito questo progetto? 
L’idea del libro è nata ispirandomi alla tradizione del reportage di guerra: le immagini di conflitti e sofferenze hanno sempre avuto un ruolo cruciale nel sollevare le coscienze e plasmare la storia. Attraverso le lenti di quaranta fotoreporter pluripremiati, Hidden illumina gli animali invisibili della nostra vita: quelli con i quali abbiamo una relazione strettissima ma che non riusciamo a vedere. Sono gli animali che mangiamo e indossiamo. Gli animali che utilizziamo per la ricerca, il lavoro e l'intrattenimento, gli animali che sacrifichiamo in nome della tradizione e della religione.  

Che tipo di speranza e di ambizione anima un libro come Hidden? 
Hidden vuole essere un documento storico, un memoriale e un'accusa su ciò che è e non dovrebbe mai più essere. Nel suo libro Sul il dolore degli altri, Susan Sontag si chiede quando è utile guardare il dolore degli altri. Per me la risposta è che chiunque possa aiutare il cambiamento dovrebbe guardare. Miliardi di animali soffrono inutilmente ogni giorno all'interno dei circuiti che l’uomo ha costruito: la loro sofferenza riguarda tutti. 

Ogni giorno combatti la tua battaglia sapendo che non vincerai mai la guerra: ci vorrà tantissimo tempo prima che il sistema di sfruttamento degli animali che abbiamo creato venga ripensato al livello globale. Cos’è che tiene viva in te la speranza? 
Qualcuno una volta ha detto “la speranza è qualcosa che pratico attivamente”. Ed è quello che cerco di fare io. La speranza è insita nel nostro DNA, è il nostro estremo meccanismo di sopravvivenza: persino nella situazione più oscura, persino nei campi di concentramento, le persone non hanno smesso di sperare. Senza la speranza, non riuscirei a fare ciò che faccio. So che per molti aspetti le condizioni di vita degli animali su scala globale potrebbero peggiorare, con il diffondersi del sistema di allevamento intensivo nelle economie emergenti, ma so anche che sempre più persone abbracciano la scelta vegetariana e vegana. Sono consapevole di quanta sofferenza continui a esserci ogni giorno, ma io scelgo di non concentrami sempre e solo su quella. Vivere in una costante condizione di angoscia non serve a portare avanti la causa degli animali: non è utile a me, né a loro.