Alessandra Impalli: la moda etica di una designer 
 innamorata degli animali (soprattutto di Cloe)
  di Irene Alison

Nell’alfabeto filosofico di Alessandra Impalli ci sono quattro R: Ridurre. Riparare. Riciclare. Riusare. I quattro pilastri su cui si fonda la visione del suo brand cruelty free, con cui crea pezzi fatti a mano senza usare materiali di origine animale. E poi c’è una C. La c di Cloe, la meticcia che ha adottato poco più di un anno fa, a cui piace passare il tempo sotto la macchina da cucire, giocare con i fili e smangiucchiare pezzetti di stoffa. L’incontro con lei, che ha nutrito la sua creatività e la sua consapevolezza, è il nuovo capitolo di un percorso umano e creativo che – dal programma tv Refashion alla recente capsule creata per il Rifugio Miletta, dando nuova vita alle rimanenze delle precedenti collezioni – ha fatto dei materiali “dimenticati” il proprio punto di forza e il proprio punto di partenza. “Il mio brand non porta il mio nome per caso, ma perché rispecchia valori  per me fondamentali, non solo in ambito lavorativo”, racconta. Con Alessandra abbiamo parlato di sostenibilità (quella vera), di greenwashing, di che conseguenze hanno i nostri acquisti, dei superpoteri di Cloe e di quanto è bello guardarla, finalmente fuori dal canile, mentre corre a perdifiato in mezzo a un prato.

Qual è la visione su cui si fonda il tuo brand?
Il mio è un progetto indipendente nato con l’ambizione di unire design, artigianato e sostenibilità. Ogni capo delle mie collezioni è ricercato e stravagante al punto giusto: chi lo sceglie lo fa perché è un pezzo progettato e realizzato con grande attenzione, a mano, in Italia. Fondamentale è la scelta di non utilizzare pelle, lana o seta: la chiave di tutto per me è il rispetto della vita in ogni sua forma. Per le mie collezioni utilizzo gli scarti e le eccedenze dell'industria tessile, in modo da avere un minor impatto sul pianeta e un minor consumo delle risorse.  

Sostenibilità” è un concetto spesso abusato per scopi di marketing: su quali principi deve basarsi per te una moda davvero etica? 
La moda, per essere veramente sostenibile, deve eliminare da tutte le sue fasi di lavorazione il concetto di sfruttamento. Quando sento definire “sostenibili” un maglione di lana o un paio di scarpe in pelle, mi vengono i brividi. Non si può parlare di sostenibilità se viene a mancare la vita di qualcun altro, che si tratti di un animale o di una persona. Oggi assistiamo a molte operazioni di “greenwashing”, attraverso le quali i brand cercano di apparire più green inserendo, ad esempio, capi in cotone biologico, senza preoccuparsi però di cambiare le pessime condizioni di lavoro delle persone che li confezioneranno. Il caso di Rana Plaza in Bangladesh e il crollo di una fabbrica di lavoratori della moda fast fashion non sono che la punta di un iceberg.  

Lo stigma sociale sulle pellicce è ormai diffuso, tanto che molti fashion brand le hanno abbandonate. La pelle, però, resta un grande tabù: ne facciamo largo uso ma preferiamo ignorare che il suo utilizzo ha richiesto il sacrificio di moltissimi animali. Lindustria della moda, prima o poi, si orienterà verso una maggiore consapevolezza in questo senso?
La strada è lunga, ma intravedo delle speranze. Ancora oggi la pelle viene proposta come garanzia di maggior qualità, omettendo di chi fosse quella pelle prima di diventare un bellissimo accessorio: nessuno vuole immaginarsi di avere ai piedi o sulle spalle un pezzo di un animale morto, eppure è così. Negli ultimi anni, però, tante realtà si sono specializzate in calzature e accessori vegan che, al posto della pelle, utilizzano materiali a basso impatto ambientale come la pelle d'ananas, di mela, di mais, i materiali riciclati dalle bottiglie di plastica. Realtà che, inoltre, dimostrano una grande attenzione alle condizioni dei lavoratori. Questo è un momento cruciale, in cui il pianeta ci sta mettendo di fronte agli enormi danni che gli abbiamo arrecato: i nostri acquisti hanno e avranno conseguenze sempre più importanti. I consumatori hanno il potere di generare una richiesta di mercato, e io voglio pensare che sempre più persone si renderanno conto che, per quanto possa essere bella una borsa o una scarpa, non potrà mai valere una vita e la salute del pianeta.

Cosa guardi nelletichetta di un capo prima di acquistarlo?
Acquisto poco e in modo molto critico, mi piace molto fare swap (scambio di vestiti usati) con amiche, amici e parenti. Ovviamente una delle prime cose che guardo nell'etichetta è che il capo non abbia componenti di origine animale. Poi leggo la provenienza perché per me è importante scoprire chi ha realizzato il capo e conoscere l'etica del brand. Per questo motivo, prediligo realtà artigianali di cui conosco bene la storia. Se poi il pezzo che sto per acquistare è stato anche realizzato con materiale riciclato o con un materiale innovativo dal punto di vista della sostenibilità ambientale, sono ancora più felice.  

Hai collaborato a molti progetti orientati allinclusione sociale. In che modo la moda da futile” può diventare utile”?
Ad essere sincera, non pensavo che avrei lavorato nella moda. Ai miei occhi è sempre stato un ambiente ostile, di apparenza e di profitti. Sono approdata in questo mondo per caso, ormai 20 anni fa e, se sono qui ancora oggi, è perché ho trovato un mio modo per interpretarlo, creando un mio piccolo spazio basato su valori per me imprescindibili. In questi anni infatti ho tenuto molti corsi e laboratori che mi hanno fatto entrare in contatto con persone che avevano bisogno di reinventarsi un lavoro, di uscire dalla solitudine, oppure di instaurare un ponte tra culture diverse dalla loro. Sono stati questi progetti a rendere utile ciò che ritenevo futile.  

Hai da poco adottato una cagnolina, Cloe. In che modo per te lei rappresenta un'ispirazione e un arricchimento dal punto di vista affettivo e creativo?
Prendere un cane è stata una mia proposta: volevo che mia figlia comprendesse cosa significasse avere rispetto e empatia verso di loro. Per tre mesi abbiamo frequentato i canili per permetterle di capire cosa significasse adottare un cane. Poi, un giorno, in un canile, questa cagnolina ci è venuta incontro, si è messa pancia all'aria a prendere le coccole e ci siamo innamorate. Cloe è arrivata in un momento in cui la mia creatività era in pausa, ero bloccata: incontrarla ha arricchito moltissimo la mia vita e quella della mia famiglia. Vivere con un animale ti può far riflettere su quanti e quali siano i diritti che agli animali vengono spesso negati. Inoltre, credo che quando riesci davvero a metterti in ascolto nei confronti di un animale, riesci a farlo nei confronti di chiunque. Oggi Cloe ha il super potere di farmi fermare quando sto lavorando troppo. La sua presenza mi ha portata a riflettere sul rapporto contorto tra umani e animali: ho scelto quindi di sostenere il Rifugio Miletta, dove animali salvati da situazioni di sfruttamento ritrovano la libertà, prima donando una percentuale del ricavato dalla vendita della collezione Geometrica, e poi creando una piccola collezione ad hoc. È una linea di pochette, creata dando nuova vita alle rimanenze delle precedenti collezioni, e pensata per sostenere e far conoscere questo luogo speciale: l’intero ricavato di ogni acquisto al netto delle tasse verrà donato al rifugio.