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Photobook da cani. I maestri della dog portaiture

di Irene Alison

Chiariamo subito una cosa. Se fotografare da cani è piuttosto comune, fotografare i cani, invece, è un affare per pochi: ci vuole molta pazienza, altrettanta rapidità e un’ottima conoscenza di quei trucchetti che fanno sì che il nostro modello dedichi la propria attenzione (almeno per una buona manciata di secondi) all’obiettivo. Quelli che poi sono in grado, da questa base di partenza, di sviluppare un racconto visivo personale, riconoscibile, capace di lasciare un segno nell’immaginario e/o di veicolare questioni e riflessioni, sono solo quei rari autori che hanno accettato la sfida di confrontarsi con rigore con questo soggetto il cui potenziale iconografico è così difficile da addomesticare: aldilà dell’ovvia difficoltà di farli posare, infatti, la vera sfida nel fotografare i cani è quella di non essere divorati (metaforicamente) dai propri modelli, limitandosi a celebrarne la pelosa tenerezza. Sarà per questo che Eliott Erwitt, fotografo della celebre agenzia Magnum e vero e proprio maestro del genere, ci teneva a precisare, a proposito del suo famoso Dogs(Phaidon Press, 1998), “questo non è un libro di fotografie di cani, ma di cani nelle fotografie”.

Alla capacità di Erwitt di cogliere con l’obiettivo la vastità delle emozioni e dei codici di comunicazione del cane, e di comporli e sublimarli in scatti intensi, ironici e complessi, si deve questo capolavoro di “fotografia cinofila”- oltre 500 scatti in bianco e nero realizzati tra gli anni ’40 e gli anni ’70 – in grado di andare oltre il confine del puro intrattenimento fotografico per suggerire, in tempi in cui l’idea non era niente affatto scontata, una riflessione sulla prossimità emotiva e psicologica che ci lega a questi animali.

La storia della ritrattistica canina, d’altra parte, è lunga: dai dipinti murali ai mosaici classici, dalla passione vittoriana per i ritratti di animali domestici, fino ai giorni nostri (basti pensare ai levrieri di Lucian Freud), i cani sono da sempre raffigurati nell’arte. Ma, tradizionalmente, la loro rappresentazione si limita alle razze preferite in un determinato periodo storico mostrate in pose eleganti, principalmente come accessorio per un protagonista umano. Erwitt è tra i primi a rovesciare le parti: l’umano, quando è mostrato, è l’altra metà di un dialogo/rispecchiamento alla pari o, più spesso, è una semplice appendice dall’altra parte del guinzaglio.

Al suo lavoro deve di sicuro molto quello, recentissimo, di un altro fotografo: Dougie Wallace, autore scozzese dalla dirompente ironia e dall’esuberante imaginario pop che nel suo Well Heeled che ha deciso di raccontare, mantenendo rigorosamente la fotocamera ad altezza quadrupede, paradossi e idiosincrasie del cane contemporaneo. Umanizzati, viziati, vestiti Louis Vuitton e sommersi di attenzioni e di aspettative sempre più ingombranti, i cani di Wallace lanciano in macchina lo sguardo sornione di chi si è saputo conquistare un posto al sole, o spalancano gli occhi umidi in un’espressione allarmata che rivela tutta l’ansia da prestazione che deriva dall’essere messi (troppo?) al centro della scena.

Ma al centro della scena non si sta poi così male. Lo sapeva bene Man Ray, capostipite della dinastia di weimaraner del fotografo William Wegman, e unico cane ad essere stato nominano “Uomo dell’anno” dal Village Voice. Lui, e la sua stirpe di cani/muse (gli ultimi sono Flo e Topper) hanno incarnato, davanti all’obiettivo, ossessioni, ambizioni, desideri e paure che superano le barriere di specie in una delle più intese epopee fotografico/canine di tutti i tempi. Wegman, autore di una collezione di photobook con protagonisti i suoi pastori di Weimar – ritratti in immagini le cui ispirazioni spaziano dalla moda al teatro, dal fotogiornalismo alla pittura rinascimentale – ha recentemente raccolto i suoi scatti migliori (molti dei quali realizzati con un’ingombrante Polaroid 20×24 ) nel libro Being Human (e nella mostra omonima esposta agli ultimi Rencontres d’Arles). Una riflessione per immagini sull’identità di specie, sulla personalità del cane, sulle proiezioni e sui rispecchiamenti di cui, inevitabilmente, lo rendiamo oggetto. E su come, per citare un antico proverbio aborigeno, “dogs make us human”. Sono i cani a renderci umani.

Essere umani, oltre che fotografi migliori, lo sono senz’altro diventati quegli autori che hanno dedicato la loro arte ai cani in condizione di bisogno. Tra i più noti Richard Phibbs, fotografo editoriale che, dopo aver ritratto personalità come Meryl Streep o Hillary Clinton, ha deciso di rivolgere il proprio obbiettivo verso i cani in cerca di adozione. Il suo libro, Rescue Me (Aperture, 2016) è un piccolo classico del genere: settanta ritratti iconici, struggenti ma allo stesso tempo pieni di dignità e di energia positiva, che raccontano lo straordinario viaggio dei cani salvati dalla Humane Society of New York (associazione attiva, da oltre un secolo, nella difesa dei diritti degli animali, alla quale i proventi del libro sono stati devoluti) verso la loro nuova famiglia e la loro nuova vita.

Partendo dagli stessi presupposti di Phibbs, un altro fotografo, Seth Casteel – diventato celebre attraverso il successo virale delle straordinarie immagini di Underwater Dogs, progetto per il quale ha realizzato ritratti subacquei di circa 300 cani mentre giocano in acqua, poi raccolti in un libro bestseller – ha dato il via a un programma, One Picture Saves a Life, che si basa proprio sull’uso della fotografia per incentivare le adozioni degli animali in cerca di casa. “Quando un cane arriva in un rifugio – spiega Casteel – gli viene subito scattata una foto che sarà utilizzata online per proporlo in adozione: il destino di quel cane, quindi, è legato a un’immagine, e la qualità di quell’immagine può fare la differenza”. Per questo Casteel offre, insieme a una squadra di professionisti che comprende fotografi, videomaker e tolettatori, il proprio contributo volontario a molte associazioni americane che si occupano di adozioni: cogliere in uno scatto l’anima e il potenziale di un cane può generare quella connessione affettiva che aprirà la strada a un’adozione.

Lo sa bene anche Sophie Gamand, fotografa e attivista che dedica il suo percorso a ritrarre e aiutare i cani. Dopo essersi fatta notare con Wet Dos, libro (i cui proventi sono andati alla Société Protectrice des Animaux, la maggiore associazione francese per i diritti degli animali) in cui ritrae una incredibile galleria di cani appena riemersi dall’ “incubo” del bagno, catturandone l’espressione perplessa, affranta, incredula degli occhioni enormi che spuntano tra i ciuffi di pelo bagnato o fanno capolino da una nuvola di schiuma, la fotografa si è dedicata a una serie che ha fatto di lei uno dei nomi più celebri del genere dog portraiture: Pitbull Flower Power, progetto per il quale ha deciso di ritrarre i (numerosissimi) pitbull rinchiusi nei canili e nei rifugi americani, da appena diventato un libro. Con la testa incoronata da una ghirlanda di fiori, illuminati da una luce soffusa e colti nella più dolce e intensa espressione dei loro musi, i pitbull di Sophie Gamand hanno dato – anche attraverso la rete, dove in breve tempo sono diventati virali – un enorme contributo alla dissociazione del binomio pitbull/cane geneticamente aggressivo e hanno dimostrato come, anche in questo caso, la fotografia possa essere un veicolo di conoscenza e di cambiamento: grazie agli scatti e alla relativa campagna di informazione lanciata sui social dalla Gamand, infatti, moltissimi di loro hanno già trovato casa.

Questo testo è stato originariamente pubblicato sul magazine Karenin

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